Album: Saivo
Label: Prophecy
Anno: 2011
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Ci hanno tenuto sulle spine per 5 anni, ma nel dicembre del 2011 c’è stato il ritorno dei Tenhi, dopo il capolavoro del 2006 Maaaet. Difficile fare meglio e non a caso questo ultimo lavoro, Saivo, non ha la minima intenzionale di emularlo, ma semplicemente vuol rappresentare qualcosa di diverso.
Il gruppo nasce nel 1996 in Finlandia dall’incontro dei multi strumentisti Tyko Saarikko (voce principale), Ilmari Issakainen e Ilkka Salminen che ha abbandonato il gruppo nel 2008. Il gruppo che ha debuttato nel 1998 con l’ep Hallavedet, ha avuto la capacità di fare proprio un genere che in parte si distacca dai padri fondatori Current 93 e Death in June. Infatti hanno infagottato il genere con strutture metal, derivazioni post-rock, echi di progressive senza snaturare l’essenza della musica esoterica per eccellenza, con alle spalle un’etichetta solida come la Prophecy, label tedesca specializzata nelle produzioni dark che spaziano dal metal al folk (Alcest, Klimt 1918, Les Discrets, Falkenbach).
Dopo averci fatto scoprire “Madre Natura”, i Tenhi ci introducono a Saivo: la regione lappone dei morti, saivoolmak , dove i defunti conducono una vita felice con la propria famiglia e gli antenati. La credenza vuole che questo luogo sia situato tra le montagne norvegesi in laghi a doppio fondo collegati fra loro da un piccolo foro. Questi posti erano considerati sacri e fonte di potere per gli sciamani. Tutto questo viene rappresentato magnificamente nell’album, con sonorità evocative e meno sfumature rispetto al passato: scarne ma non meno efficaci dal punto di vista comunicativo.
Questo si nota in apertura con “Saivon Kimallus”, nella quale il piano entra sommesso e poi prende il sopravvento. La prosecuzione naturale è “Pojan Kiiski” che vede l’aspetto vocale rafforzato dai back vocal, che ricorreranno spesso nei brani (l’effetto è più efficace in pezzi semplici come “Savoie” e “Sees”, quasi interamente costruito sui cori). La voce dà solennità al successivo “Uloin”, nel quale gli archi aggiungono una certa drammaticità e la presenza del didgeridoo e delle percussioni dosate danno una forma progressive (anche “Haaksi” dà la stessa impressione). “Pienet Purot” conferma la tendenza a semplificare l’uso di strumenti: sono chitarra e voce a tirare le redini con la delicata intromissione della batteria. Il minimalismo raggiunge il suo vertici in “Surunuotta”, fra i brani migliori e più intimi dell’intera storia del gruppo. “Sateen Soutu” è tra i più evocativi di tutto l’album: un violino strozzato e minaccioso e i vocalizzi demoniaci si sciolgono e si uniscono nel suono dei fiati e del fragile incedere della chitarra (lo stesso schema si ripeterà in “Paluu Joelle”). Sublime. Ma la vetta si raggiunge con “Vuoksi”, un brano “medievale” nel quale primeggiano una chitarra cristallina ossessiva, infastidita da intrusioni di violino; la differenza la fa il contrabbasso che rende il pezzo vibrante. Chiude il cerchio la struggente “Siniset Runot”.
I Tenhi, nonostante non raggiungano il livello del precedente album, riescono a sostenere questo nuovo approccio alla musica senza sbavature tecniche. Unico aspetto negativo è la ridondanza di alcuni brani che però non mette in discussione la caratura dell’opera, perfetta colonna sonora per un oltretomba vivente.
Nicola Orlandino
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TRACKLIST
1. Saivon Kimallus
2. Pojan Kiiski
3. Uloin
4. Pienet Purot
5. Sateen Soutu
6. Haaksi
7. Surunuotta
8. Savoie
9. Vuoksi
10. Paluu Joelle
11. Sees
12. Siniset Runot
LINKS
Sito web: www.tenhi.com
Facebook: www.facebook.com/pages/Tenhi/137282172991976?sk=wall
Label: http://www.prophecy.cd/