Album: Black Up
Label: Sub Pop
Anno: 2011
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Black Up (Bonus Track Version) — Shabazz Palaces
A quale tappa della storia dell’hip hop si è fermato Shabazz Palaces? Intanto è interessante notare chi lo ha preso a bordo del proprio treno: uscire per la Sub Pop è un segno del fatto che i suoni hip hop impegnati sono liberi di fluttuare negli Ipod di giovani bianchi rockettari senza nascondersi. E anzi prendono il posto di tanto inutile rock stantio. Per ciò che riguarda la tappa a cui si è fermato, va inserita tra l’hip hop statunitense prima maniera e la profondità dei suoni attuali di quello astratto alla Anticon.
Rimasto nel mistero per un po’, Shabazz Palaces si è svelato nella sua vera identità: Palaceer Lazaro conosciuto come Ishmael Butterfly Butler, mc dei Digable Planets, collettivo importante nella scena alt-hip hop degli anni 90. Personaggio visionario, legato tanto al soul quanto al rap alternativo. Dopo un paio di ep che hanno suscitato curiosità e piacere, Shabazz ha pubblicato nel 2011 Black Up, che conferma l’attitudine alternativa e la sensibilità.
L’album è attraente sotto ogni aspetto: tempi lenti, linee di basso dilatate e profonde (che fanno molto urban), loop e campionamenti di tracce soul, rap basato più su messaggi ripetuti che su storie.
L’apertura di “Free Press and Curl” è illuminante: downtempo, dilatazione dei suoni, ritmi spezzati, basso killer ossessivo iniziale, una specie di dichiarazione di guerra pacifica alla banalità del resto dell’hip hop esistente. Straniante è “An Echo from the hosts That profess Infinitum”, dai ritmi circolari, con la voce trattata in sottofondo, ripetitiva, ossessionante. E poi lo xilofono che per un attimo nasconde le intenzioni, che sono evidentemente di creare tensione nell’ascoltatore. Urticante è “Youlogy”, che avvicina Shabazz a momenti interessanti di Tricky. Suoni stratificati, basso sotto che sbattono nelle orecchie, voci sovrapposte. Per niente accondiscendente. Jazzata è “Endeavors For never”, dai ritmi spezzati, sassofono, inserti di voci soul. Sfidante e profonda. Fino ad arrivare vicini ai territori r’n’b di “Recollection Of The Wraith”, elegante, scarna, piena di silenzi.
Episodi meno interessanti come “Yeah You” non tolgono valore ad un flusso sonoro che cattura e incuriosisce, anche perchè il lavoro sui suoni è talmente certosino e attento che veramente fa dimenticare i danni del rap da classifica.
E’ facile identificare nella progressiva monotonia del parlato il punto debole, ma agli appassionati ciò non dirà niente. Per il resto un album interessante, da ascoltare con delle belle cuffie a volume alto. Una menzione particolare per il package, costituito da una cover di raso nero costellato da brillantini argentati. Accattivante.
Luigi Zampi
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