Evento: Live @ Sala Vanni
Città: Firenze
Data: 13 Novembre 2011
Su queste pagine avevamo raccontato la storia di John Grant che, dopo aver quasi abbandonato la carriera musicale, è riuscito a ritrovare la sua strada regalandoci uno dei dischi migliori del 2010, l’ottimo Queen of Denmark.
Dall’uscita dell’album è iniziato un lungo tour mondiale, che ora approda in Italia, concedendo agli appassionati del Belpaese l’occasione di ascoltare dal vivo i suoi brani.
Un plauso a Musicus Concentus per aver portato a Firenze il cantante americano nell’ambito della manifestazione Glorytellers e per aver allestito il concerto nella splendida Sala Vanni, all’interno del seicentesco convento di Santa Maria del Carmine, per aver contenuto il prezzo del biglietto a 17 euro e, dulcis in fundo, per aver offerto ai presenti un bicchiere di Chianti di benvenuto, in collaborazione con l’azienda Querceto di Castellina.
Ci troviamo in un posto speciale in cui si respira bellezza, cornice ideale per accogliere la musica raffinata dell’ex Czars, con circa 200 posti a sedere in mezzo agli affreschi di Giovan Battista Vanni. Il palco appare oltremodo spoglio: ci sono due sedie, alcuni microfoni, un sintetizzatore e uno splendido pianoforte a coda Steinway & Sons.
Ci si chiede come suoneranno stasera le canzoni di Queen of Denmark, che sul disco sono arricchite dagli arrangiamenti sontuosi ed eclettici dei Midlake, spalla di lusso che ha reso possibile la rinascita del cantante americano.
Dopo una breve presentazione del responsabile di Musicus Concentus entra John Grant e si piazza in piedi davanti al microfono, affiancato dal Chris Cumberton, che si accomoda al piano. L’ex leader degli Czars è alto e robusto (il curatore della rassegna arrivava a stento al microfono): un animo di straordinaria sensibilità nel corpo di un taglialegna. Pronunciando qualche parola in italiano, esalta la bellezza di Firenze e si dice felice di suonare nel nostro paese.
L’inizio è affidato a due brani inediti, che faranno parte dell’atteso secondo disco solista in lavorazione: l’intensa “You don’t have to” e la splendida ballata “Vietnam”, eseguita al piano dal solo John Grant, che racconta i danni che il silenzio può causare nelle relazioni. Il cantante americano introduce quasi tutte le canzoni, spiegando la loro genesi e rivelando frammenti della sua biografia travagliata: l’infanzia in Michigan, la scoperta della propria omosessualità, il trasferimento in Colorado, la droga. Questo contribuisce ad accrescere ulteriormente il pathos comunicato dalla sua splendida voce baritonale.
Dal terzo brano, iniziano a susseguirsi i pezzi di Queen of Denmark, proposti in un ordine differente rispetto al disco. Si parte con “Sigourney Weaver”, in cui John Grant descrive con amara ironia il proprio senso di inadeguatezza, che lo fa sentire come l’attrice in Alien. Come era facile intuire, gli arrangiamenti sono più scarni rispetto alla versione in studio e lasciano le canzoni sole con la loro essenza. Non ci si può spogliare facilmente dell’abito raffinato tessuto dai Midlake sul disco, con chitarre (prevalentemente acustiche), archi e flauto ad accompagnare pianoforte e voce. Ma la straordinaria qualità dei brani emerge anche stasera con forza straripante, mentre i due musicisti sul palco si alternano tra pianoforte e sintetizzatore. La purezza del suono del pianoforte, suonato magistralmente in particolare da Chris Cumberton (John: “Dovreste sentirlo durante le prove, quando suona Rachmaninov e Chopin”), si intreccia al suono artificiale del sintetizzatore, in un connubio proposto in parte anche in studio. L’esperimento ha pienamente successo e consente alla straordinaria voce di John Grant, calda ed espressiva, di riempire la sala con tutta la sua carica emotiva. Da sottolineare che quasi mai nel suo lungo tour John Grant ha avuto a disposizione un pianoforte a coda per esibirsi (come si può vedere dai video che circolano in rete): questo rende la data di Firenze ancora più speciale.
Il pubblico ascolta in religioso silenzio e tributa applausi fragorosi e convinti alla fine di ogni brano.Tra le molte perle di Queen of Denmark spiccano in questo concerto “TC and Honeybear”, “Outer Space”, “Where dreams go to die” (anche se nelle prime strofe l’uso di un microfono con effetti, che dà alla voce un timbro metallico, mi lascia qualche perplessità) e la title-track, qui proposta in una versione voce e pianoforte da brividi, sottolineata da un applauso lunghissimo ed entusiasta.
Durante il concerto spuntano anche vecchi brani degli Czars, quelli più autobiografici, che consentono a John di raccontare periodi bui della sua vita, come nella splendida“Drug”, in cui parla dei suoi problemi con la cocaina. Arriva poi un pensiero affettuoso per la sorella sulle note di “Fireflies” (John: “Non la vedo da due anni, da quando è iniziato questo tour”). Dopo la breve ma intensa “Caramel”, un altro pezzo degli Czars, “Little Pink House”, consente a John di fare una dedica speciale a sua nonna, morta da poco. Per il bis, offrono un’intensa versione di “JC Hates Faggots”, tra le più simili alla versione su disco, dove è suonata su una base di sintetizzatore, in cui John parla dell’emarginazione subita per la sua omosessualità, ripudiata dalla famiglia Grant e dalla comunità della sua infanzia.
Quindi arriva davvero l’ultimo saluto: il pubblico continua ad applaudire mentre si accendono le luci, convinto di aver assistito ad una grande esibizione di uno degli autori più dotati del mondo del rock in una cornice di straordinaria suggestione. Dopo questa serata l’attesa per l’uscita del nuovo disco si fa ancora più trepidante.
Andrea Michielotto
SCALETTA1.You don’t have to
2.Vietnam
3.Sigourney Weaver
4.Where dreams go to die
5.I wanna go To Marz
6.Chicken Bones
7.It’s easier
8.Outer Space
9.Tc and Honeybear
10.Los
11.Drug
12,Queen of Denmark
13.Fireflies
14.Caramel
15.Little Pink House
16.JC Hates Faggots
John Grant è un grande artista. Ti sbatte in faccia la sua realtà con delicatezza spietata. grazie per la bella recensione.