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Perturbazione
- Si parla di fuga dei cervelli, ma ci sono un infinità di stranieri che vengono da noi: evidentemente qualcosa per cui valga la pena di vivere in Italia c’è. -
Tommaso Cerasuolo è il cantante dei Perturbazione, gruppo torinese che da tempo è riuscito a ritagliarsi uno spazio nella scena musicale italiana grazie alla poetica dei testi e al meraviglioso rapporto che hanno creato col pubblico. Abbiamo incontrato Tommaso al Caserta Rock Fest e abbiamo fatto una lunga conversazione riguardo al panorama musicale italiano.
BEATBEAR: I perturbazione esistono da più di dieci anni: in tutto questo periodo siete riusciti a ritagliarvi uno spazio nella scena musicale italiana puntando sulla qualità dei vostri concerti e il rapporto per il pubblico. Grazie a queste qualità quest’anno avete vinto due premi come miglior tour italiano. Come si è formato il gruppo e come avete creato un rapporto così forte con il vostro pubblico?
Credo che sia stato il pubblico a creare questo rapporto con noi. Il nostro gruppo è nato tra le mura del liceo, eravamo amici e ci siamo detti: “mettiamo su un gruppo, cerchiamo di uscire fuori da queste quattro mura”. Dopo i primi tentativi di andare all’estero però, ci siamo piano piano accorti che era importante restare qua in Italia.
Così, dal 2002 abbiamo iniziato a girare per molti locali, spesso a prezzi stracciati giusto per la voglia di suonare, divertire e divertirci. Ed è proprio in quest’ottica che è nato il nostro primo disco in italiano (In Circolo), un album di quelli che si potrebbe definire generazionali senza avere la pretese di esserlo; raccontava delle nostre vite, di ciò che accade nel periodo compreso tra i 20 e i 30 anni. E al suo interno c’era “Agosto”, il pezzo grazie al quale siamo riusciti a farci notare sulle scene e con cui è stata offerta la possibilità di affidarci a imprese di booking e management. E’ importante quando trovi persone a cui piace ciò che fai e fanno il loro mestiere con passione. Non è la situazione che abbiamo trovato passando alla major, il rapporto con la Emi è infatti durato solo pochi mesi.
Per quanto riguarda i premi, sono una cosa che fa piacere, ovviamente, ma se ci pensi alla fine non sono altro che un riconoscimento. La cosa fondamentale per noi è sempre stato suonare dal vivo, sapere che c’è qualcosa, un rapporto, un cercarsi reciproco col pubblico. Abbiamo una parte di pubblico più affezionato, che ritroviamo sempre ai nostri concerti, ma credo non occorra chiudersi in se stessi. La musica non è un circolo privato: deve essere incontro e quindi qualcosa che deve raggiungere quanta più gente possibile, al di là dei confini stabiliti dal “ah,quelli sono un gruppo alternativo, di nicchia”. A me piacerebbe un sacco andare a Sanremo, ampliarci verso un pubblico sempre maggiore. A questo proposito mi viene in mente “Woodstock 5 stelle”, che è stata un esperienza fantastica perché riuniva artisti di ogni genere.
BEATBEAR: Oltre a suonare vi cimentate nelle sperimentazioni sonore: da poco il museo del cinema di Torino vi ha affidato la risonorizzazione del film Maciste (1915) e avete musicato un film d’animazione interamente disegnato da te. Che ruolo ha la sperimentazione nelle vostre composizioni?
Quando noi suoniamo come gruppo cerchiamo di attenerci ad un nostro genere. Il fatto è che ognuno di noi oltre ad essere musicista ha anche una sua carriera e un suo lavoro. Ed è quindi al di fuori del gruppo che ognuno riversa le sue conoscenze. Ad esempio, io sono grafico, e mi sono cimentato in un film d’animazione che abbiamo musicato tutti assieme. Lo stesso Museo del Cinema di Torino ci ha affidato la sonorizzazione di Maciste. Sono occasioni per mettersi alla prova, per dimostrare a noi stessi quanto in là possiamo spingerci.
BEATBEAR: Nel vostro ultimo disco (Del nostro tempo rubato) in un brano affrontate in modo ironico il problema della fuga dei cervelli: ma secondo te, l’unico modo per riuscire a ritagliarsi un futuro, ormai, è davvero quello di lasciare l’Italia? Mi riferisco, in particolare modo, al campo musicale.
L’Italia ormai è un paese che ti pone avanti ad enormi difficoltà, in particolare a livello lavorativo. Rispetto quindi chi sceglie di andarsene via. Ma contemporaneamente a me l’Italia piace molto e secondo me è fondamentale stare qui per cambiare le cose. È ovvio che non viene fatto abbastanza a livello politico: un ministro dell’Economia che ti dice “Con la cultura non si mangia”, a me pare proprio una cazzata; dovremmo mangiare con l’ignoranza?
Torino può essere considerata un esempio di città che si sta salvando grazie alla cultura, ma si dovrebbero incoraggiare ancora di più creatività, intelligenza e ciò che occorre alla giovane imprenditoria, per spingerla a rimanere. Insomma chi resta va incontro a molti rischi, ma in un paese bellissimo in cui vivere. Basta guardare il rovescio della medaglia: ci sono un infinità di stranieri che vengono qui da noi, evidentemente qualcosa per cui valga la pena di viverci c’è.
BEATBEAR: Spesso si è parlato di crisi del settore musicale, soprattutto a causa del download; non pensi che le case discografiche, con i prezzi che impongono, siano la causa dell’aumento dei download pirata?
Che le major prima o poi si beccassero una bella batosta era prevedibile, mettendo certi prezzi a prodotti che non sempre hanno qualità. Comunque non penso che il download sia una cosa negativa, lo può diventare nel momento in cui viene usato irresponsabilmente, cioè quando inizi a riempirti gli hard disk di roba che nemmeno ascolterai. La musica è soprattutto emozione e a certi album ci arrivi e ti ci affezioni perché rappresentano una storia che sia tua, dei tuoi genitori o dei tuoi amici. Quindi credo valga sempre il presupposto che “devi nutrire ciò che ti nutre”. Mi pare stupido quindi pensare che la cultura, e quindi la musica, debbano essere gratis. Di gratis non esiste nulla, quello che risparmi tu lo pagherà qualcun altro. È come dire, tornando all’esempio del free download, che i dischi non li paghi perchè li hai gratis: ma in qualche modo i soldi li dai lo stesso, perchè la connessione la dovrai pagare. Resti sempre parte dell’ingranaggio, solo che ti illudi di restarne fuori. Se all’inizio quindi il download è stato devastante, adesso ha trovato un suo equilibrio e la svolta credo sia stata fatta dai Radiohead, quando hanno messo in vendita il loro disco online, dicendo “diteci voi quanto credete valga questo disco, dateci ciò che ritenete meritiamo”.
BEATBEAR: C’è qualche gruppo nella scena underground italiana che merita maggiore rilievo rispetto a quello che ha? Ci faresti qualche nome?
Tra i gruppi emergenti ho molta stima di quelli che, cantando in inglese, cercano di varcare i confini nazionali. Perché cantare in lingua straniera e restarsene chiusi in Italia è un limite, un modo per nascondersi: c’è poca conoscenza delle lingue straniere nel nostro paese, quindi non potrai mai sapere se la gente capisce a fondo il messaggio che trasmetti. Penso a Marco Fasolo dei Jennifer Gentle, che ha affrontato tournee negli Stati Uniti guadagnando quel tanto che basta per pagarsi il viaggio e portando fuori dai confini nazionali la propria musica. Poi c’è un gruppo, i JFK e la sua bella bionda con cui ho suonato al Duel, che è di Napoli: mi piacciono molto, spero riescano presto a trovare qualche buona etichetta. Infine, nutro molta stima per gruppi come i 24 Grana, Zen Circus, che sono riusciti piano piano ad emergere e farsi spazio nel panorama rock italiano. E’ bello, soprattutto perchè c’è l’idea che l’indie rock sia un genere per pochi adepti, mentre la musica dovrebbe essere un qualcosa rivolto a tutti.
BEATBEAR: Per concludere, potresti dare qualche consiglio per gli ascolti?
Ascoltiamo un po’ di tutto, in particolare Rossano (Lo Mele, batterista) che è giornalista musicale. I miei ultimi tormentoni sono gli Stars e gli Elbow, che ultimamente sto ascoltando tantissimo.
Simone De Michele
Scarica l’album:
Del nostro tempo rubato — Perturbazione
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