James Senese
- “Ho fatto la rivoluzione…ancora una volta” -
Il 24 Gennaio sarà disponibile in tutti i negozi di dischi — e naturalmente online - E’ Fernùt’ ‘o Tiempo, il nuovo disco di James Senese.
L’artista napoletano — di origini afroamericane — è uno dei personaggio di culto della musica alternativa italiana, sassofonista, fondatore degli Showman, leader dei Napoli Centrale, nonché il protagonista di uno degli sketch più esilaranti della commedia italiana che ha come oggetto proprio un’intervista, e che ogni giornalista musicale dovrebbe conoscere.
James ci ha concesso in esclusiva quest’intervista, accogliendoci in casa sua…e offrendoci dell’ottimo caffè.
BEATBEAR: Ciao James a breve esce il tuo nuovo disco, di cosa tratterà?
Principalmente dell’amore, visto alla mia maniera, e poi di temi attuali: la rivoluzione, lo stato sociale che abbiamo intorno a noi. Sono temi a cui tengo molto e che non ho mai abbandonato. Allargando il discorso posso dirti che vivo una rivoluzione interna in cui una parte molto dominante riguarda appunto la mia idea di amore. Non l’amore fra un uomo e una donna, ma quello universale. E’ un momento particolare della mia vita. Ho cercato me stesso: mi sono guardato allo specchio e mi sono detto che era tempo di cambiare…un’altra volta.
BEATBEAR: E questo cambiamento come ha influito da un punto di vista musicale?
Anche qui la rivoluzione è definitiva, ma voluta: i pezzi sono tutti cantati. Prima – come Napoli Centrale – le mie composizioni erano basate più sulla musica che sul canto. Oggi dopo più di 15 Lp — anche come esperimento — ho capito che bisognava cambiare qualcosa. Personalmente ho sempre cercato di essere onesto con me stesso, musicalmente parlando. Ho fatto delle collaborazioni importanti e anche dischi di successo e pezzi commerciali. Ma mi sono sempre rifiutato di fare compromessi. Oggi potrei essere milionario però purtroppo “dall’altra parte” non ci riesco a stare.
BEATBEAR: Quali musicisti ti hanno accompagnato in questo tuo nuovo lavoro?
Alcuni fanno parte dei Napoli Centrale come Fredy Malfi e Fabio Malfi — padre e figlio — alla batteria, Gigi De Rienzo al basso, Ernesto Vitolo al pianoforte, poi c’è anche Ciccio Merolla alle percussioni.
BEATBEAR: Con quale etichetta pubblicherai questo nuovo disco?
Con Area Live mentre la distribuzione sarà curata da Edel.
BEATBEAR: Tu hai cambiato molte etichette — e fra queste vi sono state diverse major – come mai hai deciso di pubblicare con una etichetta indipendente?
Ogni musicista ha una sua identità. Quando un musicista avvia una collaborazione con una casa discografica, o con un produttore, è come se cercasse la sua anima gemella. Ed è molto difficile da trovare, ti assicuro. Fortunatamente con Area Live mi trovo molto bene. E’ strano se ci pensi: loro sono giovani e io invece sono un po’ più avanti con gli anni, ma parliamo la stessa lingua. Sono stato alla RCA, alla Ricordi, alla EMI, alla Sony e ti dico che non sono le grandi etichette, le grandi major che fanno la musica. Sono sempre le etichette indipendenti che hanno cercato di fare qualcosa di forte; sono molto più coraggiosi.
BEATBEAR: E per quanto riguarda la dimensione live?
Il gruppo sarà formato da una parte dei musicisti che mi hanno accompagnato nelle registrazioni, ma questo è un album che nel live va suonato da più persone. La formazione prevede perlomeno 6 o 7 elementi: pianoforte, basso, batteria, chitarra con un aggiunta di fiati…il sax – naturalmente – lo suono io.
BEATBEAR: Ecco mi racconti come nasce questa tua passione per il sax? Perchè hai scelto proprio questo strumento?
Mia madre a casa aveva i dischi che mio padre aveva portato dall’America: i primi dischi di swing — prima si chiamava swing non jazz — e quella è stata la prima musica che ho ascoltato, quella che mi ha affascinato. Per cui all’età di 14–15 anni è stato naturale scegliere uno strumento come il sassofono, del quale, sentito il suono, mi sono innamorato.
BEATBEAR: Dove e come hai iniziato a suonare?
Vivevo a Miano vecchia — a 500 metri da qui — e ogni notte prendevamo il tram per andare a Napoli nei Night Club. Quella è stata una gavetta durissima. Prima ce n’erano molti, adesso – almeno qui al Sud — non ci sono quasi più. Erano frequentati da tutti gli americani della NATO e anche da quelli che sbarcavano in città per lavoro o per turismo. Ricordo che una volta in uno di questi Night vicino al porto — di cui però adesso non ricordo il nome — arrivò questo sassofonista che io non conoscevo, poi dopo ho capito chi era…era Sonny Rollins. Forse in quel momento ho capito che il sassofono era la mia strada. Quella sera ho sentito — per la prima volta — un uomo suonare il sassofono “o’vero”. Perchè in fondo io non ci sapevo nemmeno mettere le mani.
BEATBEAR: E quindi quali sono stati i sassofonisti sui quali ti sei formato?
Coleman Hawkins e i grandi sassofonisti di allora. Poi è venuta la nuova generazione: Dexter Gordon, Sonny Rollins, John Coltrane, Charlie Parker. E questi sono quelli che un po’ tutti i sassofonisti del mondo hanno seguito.
BEATBEAR: E Wayne Shorter?
Shorter è l’unico sassofonista che mi ha ispirato qualcosa in più, nella cui musica mi sono identificato. E’ un sassofonista che è uscito fuori dalla dimensione, a differenza di altri. Cioè voglio dire Coltrane è Coltrane e “nun se passa annanz’”; Rollins, Parker sono grandissimi musicisti ma Shorter ha fatto qualcosa in più: ha creato una dimensione sassofonistica che non c’era ed è ancora oggi di grande ispirazione per me, principalmente per quanto riguarda la musica strumentale.
BEATBEAR: E oggi che cosa ascolti a parte i classici?
Ascoltando Coltrane, ascoltando Weather Report, appunto Wayne Shorter, Miles Davis, io penso che non ci sia nient’altro da ascoltare.
BEATBEAR: E i nuovi jazzisti italiani?
Guarda per carità bravi musicisti ma per me la musica è americana. L’Europa dopo la musica classica si è fermata. Napoli si è salvata perchè ha avuto degli autori che hanno creato un modo proprio di fare musica, ed infatti solo Napoli — in parte — si salva se vogliamo parlare di identità musicale. La musica italiana è la musica napoletana. Ci sono artisti come Mina, Ornella Vanoni, Gino Paoli, ma Napoli è una nazione a parte.
BEATBEAR: Anche io concordo con te. Se si guarda alla storia della musica in Italia, ritualmente più o meno ogni 20 anni a Napoli nasce qualcosa. Come te lo spieghi?
In America la rivoluzione musicale è avvenuta 2 o 3 volte: una volta con il Blues, un’altra volta con il Jazz, un’altra volta con il Rock. Napoli ha fatto anche lei le sue rivoluzioni: Renato Carosone negli anni ’50, Peppino Di Capri alla fine degli anni ’50 inizi ’60, poi negli anni ’70 siamo arrivati noi con i Napoli Centrale, negli anni ’80 è successo con Pino Daniele. Ma parliamo solo di Napoli non dell’Italia. Perchè qui c’è un “sentimento” particolare, questo è un popolo molto caldo. C’è una dimensione che è quella del “sentimento” — di cui fa parte anche la violenza – che è dominante. Napoli è una città africana, che ha vissuto molte contaminazioni, dagli arabi agli americani, e sottolineo gli americani, non gli inglesi.
BEATBEAR: E sulla rivoluzione che tu hai incarnato come Napoli Centrale cosa puoi dirmi di più?
Ma guarda è stato un fatto molto naturale. Il primo disco dei Napoli Centrale è uscito nel ’74 ed è arrivato al terzo posto in classifica :“amma vennut’ nù ‘bbell’ poc’e’copie”. Spopolavamo in tutta Europa. Insomma noi eravamo un gruppo che “camminavam’ pesante”. Per farti capire la portata rivoluzionaria: Eduardo De Filippo ci ha presentati in un concerto a Berlino. E come fatto rivoluzionario fu riconosciuto da tutti i mass media, se vuoi posso farti vedere tutti i giornali che ho conservato… Noi abbiamo adottato un linguaggio di trasgressione, che beninteso non era d’amore, ma di trasgressione sociale. Questo linguaggio lo usavamo per difendere il nostro popolo, a modo nostro, cantando naturalmente in dialetto.
BEATBEAR: Com’è che Napoli Centrale è stata messa da parte e quella che era la sua rivoluzione è poi confluita nel progetto di Pino Daniele? Pino Daniele non sarebbe potuto esistere senza i Napoli Centrale, ma poi ha riscosso un successo anche maggiore…
“Te voglio fa capì”… Tu hai fatto una bella domanda però diciamo che le cose non stanno così. Non è che ti mettono da parte, è il sistema che cambia e cammina in un certo modo. All’epoca c’erano anche altri gruppi d’avanguardia: gli Area, la PFM, il Banco (Del Mutuo Soccorso) e altri che “camminavano forte assai”. Con i Napoli Centrale - posso dirti — che ancora oggi quando andiamo a suonare al “Nord-Nord” o al “Sud-Sud” la gente ci conosce benissimo, anzi oggi riscopre quello che era Napoli Centrale veramente. Noi eravamo un gruppo d’avanguardia ed è cambiato un movimento, un’epoca e sono quindi cambiate le cose. Guarda la Tv di oggi…nella Tv di prima la musica era davvero “nu fatt’importante”. Oggi no. Oggi su 100 programmi uno può essere definito decente. Sono i tempi che cambiano. Ci sono molti amici che mi dicono “ma com’è James non suoni più?” E io gli rispondo “guardate che io suono dalla mattina alla sera”. E’ il messaggio che non passa, non arriva al grande pubblico. Sono cambiati proprio i tempi: prima la musica era anche culturalmente dominante. C’era la rivoluzione dei giovani che si liberavano dei vecchi schemi. Oggi questo non c’è. Io vedo molta confusione in questa società, ma a tutti i livelli. E credere ancora in determinate cose è una fortuna. Perchè molti musicisti — anche amici miei — non ci credono più, perchè forse non credono nemmeno più in loro stessi. Ci vuole molta forza per fare il musicista, per fare l’artista. “Pe purtà annanz’a’baracca” – come si dice – “ce vò a sustanza”.
BEATBEAR: Senti James — oltre alla tua musica — hai collaborato con molti artisti. Recentemente ho addirittura scoperto che ti sei cimentato nel Requiem in memoria di Pierpaolo Pasolini…
Si, di Roberto De Simone: nel 2002 abbiamo suonato con la Filarmonica di Monaco di Baviera diretta da Walter Proost. Un progetto davvero molto interessante che univa un’orchestra di 120 elementi e una band di musica moderna. Ma se è per questo ho suonato anche alla Fenice di Venezia e sono stato anche il primo musicista moderno a suonare al San Carlo di Napoli. Ne ho fatte di cose interessanti ma non mi sono mai pavoneggiato.
BEATBEAR: E con John Turturro?
E’ stato un incontro positivo. C’è stata subito una simpatia reciproca, “a pelle”. Mi ha chiamato a cantare nel film che ha dedicato a Napoli: Passione, dal quale abbiamo tratto uno spettacolo che è andato anche in tour. In verità lui non sapeva nemmeno come suonassi. Ma è stato molto bello e intenso come rapporto, siamo riusciti a comunicare artisticamente e siamo ancora oggi in contatto. Come attore m’è sempre piaciuto, ma da vicino è il contrario dei ruoli che solitamente interpreta nei film “all’americana”, lui è proprio un buono.
Giovanni Piccolo
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Complimenti per l’intervista, molto interessante soprattutto per chi conosce poco Senese e il suo mondo.
bella intervista!!
serio!